Neobriganti: La vera storia di Salvatore Giuliano.

Salvatore Giuliano, il re di Montelepre, toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Questa è la sua vera storia, raccontata dal nipote Giuseppe Sciortino.
La storia di Salvatore Giuliano, svoltasi nel settennio 1943-1950, era già leggenda prima ancora della sua scomparsa. Nacque a Montelepre il 16/11/1922. Il padre, costretto dalla necessità a emigrare negli Stati Uniti, riuscì a comprare a più riprese degli appezzamenti di terra nei pressi di Montelepre; poi rimpatriò per occuparsi della loro coltivazione. Il giovane Salvatore finite le elementari andò ad aiutare il padre. Salvatore non si sottraeva al suo dovere, anzi trovava il tempo per continuare gli studi e spesso dopo il lavoro andava dal sacerdote del paese o dal suo ex insegnante.
I generi di prima necessità diventarono sempre più rari e il governo di allora, per fronteggiare la crisi, dispose che tutto il grano venisse ammassato. Tutti i contadini si privarono del raccolto e andavano avanti con le tessere.
Tenere il grano nascosto era ovviamente reato ma anche a nasconderlo non si poteva macinare, i mulini erano sorvegliati. Qualche contadino era riuscito a nascondere un po’ di grano che si macinava in un piccolo mulino della famiglia Giuliano, ma la farina non bastava mai poiché Salvatore non riusciva a dire di no a quelle famiglie che abbisognavano del cibo ma non avevano grano da macinare. Insomma, sosteneva i più deboli.
Dopo che il fratello fu richiamato in guerra fu Salvatore, poco più che ventenne ad occuparsi dei bisogni della famiglia. Inesperto del modus operandi, nel luglio del ’43 incappò in una pattuglia formata da due guardie campestri e da due carabinieri. Furono inutili le preghiere e le spiegazioni. Venne accusato di contrabbando per soli due sacchi di grano e gli sequestrarono il mulo e il grano.
Intendevano arrestarlo e portarlo al presidio americano al che lui mostrò i documenti e chiese di essere denunciato, non arrestato. I militari si erano convinti ma nel frattempo videro 4 muli stracarichi: erano contrabbandieri “veri”. Il giovane Salvatore venne lasciato libero e da solo e lui si allontanò ma i militari se ne accorsero e gli spararono sei colpi; due lo colpirono al fianco.
Al carabiniere Giuseppe Mancino venne ordinato di finirlo ma Giuliano sentì e presa la pistola che teneva nello stivale, si difese sparando a sua volta ferendo gravemente il carabiniere. Il militare morì l’indomani mentre Salvatore Giuliano, dopo un mese tra la vita e la morte, si riprese e si nascose nelle colline intorno a Montelepre.
Il 24 Dicembre 1943, allo scopo di catturarlo, le autorità disposero di circondare il paese con 800 carabinieri. Non vi riuscirono e per rappresaglia arrestarono 125 persone, tra queste anche il padre di Salvatore che , forse nella speranza che l’anziano genitore parlasse, fu picchiato a sangue da una guardia.
Salvatore Giuliano dal suo nascondiglio vide tutta la scena e la sua ira montò incontenibile. Attaccò i convogli che aspettavano in piazza. Un carabiniere morì ed un altro fu ferito seriamente.
Gli diedero la caccia senza esclusione di colpi, senza pietà, ma egli riuscì sempre a scappare. Nel Febbraio del ’44 liberò otto monteleprini rinchiusi a Monreale e con essi formò il primo nucleo di guerriglieri.
Il 15 Maggio del ’45 gli vennero offerti i gradi di colonnello ed il comando per la Sicilia occidentale dell’E.V.I.S. ovvero Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia e le Brigate Partigiane Siciliane.
Dalla fine del ’45 egli diede il via alla guerra della Sicilia contro l’Italia. Compì una serie di attacchi alle caserme ed ingaggiò numerose battaglie in veste ufficiale, con tanto di divisa, di gradi e di bandiera. Le più note sono quelle di Monte d’Oro, Calcerame e Monte Cuccio.
L’azione dell’ EVIS e la politica del MIS, a cui tutta Montelepre, i paesi limitrofi e buona parte dei siciliani aveva aderito, piegarono la volontà del governo italiano e del re d’Italia Umberto II, che il 15 Maggio 1946 approvò lo Statuto Siciliano che rendeva l’isola quasi una nazione confederata all’Italia. Il popolo siciliano salutò con entusiasmo questa conquista e la popolarità di Salvatore Giuliano toccò l’apice. Venne considerato il simbolo della ribellione del sud e, per la sua innata generosità, il Robin Hood della Sicilia.
Il 2 Giugno del ’46 si svolse il referendum monarchia-repubblica e vinse, come si sa, la repubblica. Umberto II non era più il re d’Italia. Il 22 Giugno di quell’anno Palmiro Togliatti, ministro di Grazie e Giustizia, fece approvare un decreto di amnistia e indulto per i reati comuni, politici e militari. Quasi tutti gli uomini che avevano combattuto per l’EVIS tornarono alle loro case. Ma il maresciallo Giuseppe Calandra, della stazione dei carabinieri di Montelepre, denunciò per reati comuni tutti coloro che riteneva appartenenti a Salvatore Giuliano. Naturalmente non gli riuscì di arrestarli perché tornarono tutti in montagna.
Prima del voto del 20 Aprile ’47, Salvatore Giuliano, che sosteneva Antonino Varvaro candidato del MIS Democratico Repubblicano, stipulò accordi con l’esponente del P.C.I. Girolamo Li Causi; quest’ultimo avrebbe fatto votare per Varvaro tutti i comunisti indipendentisti, mentre Giuliano avrebbe sostenuto le spese elettorali, cosa che effettivamente fece. Ma Li Causi non mantenne l’impegno; il candidato non venne eletto e ciò scatenò il risentimento di Salvatore Giuliano.
Era sua ferma intenzione di sbugiardarlo davanti a tutti in occasione della festa del 1 Maggio 47 a Portella delle Ginestre. Il piano d’azione prevedeva una sparatoria in aria per catturare l’oratore e poi farlo giudicare dai convenuti. Purtroppo non potè prevedere il tradimento di alcuni suoi uomini che erano infiltrati della polizia e della mafia. Prova ne è che l’ispettore Messana, avvertito dal suo confidente Salvatore Ferreri, avvertì Li Causi di non andare a Portella.
Allo scopo di far ricadere la colpa su Salvatore Giuliano, vi fu un accordo tra i mafiosi della zona che, nascosti a pochi metri dalle persone, spararono sulla folla uccidendo 11 persone e ferendone 27; fu l’ispettore Messana a fornire le armi. Era evidentissimo che il delitto era anomalo, in palese contrasto con gli ideali di un uomo che aveva lottato per il popolo; quindi fu una “strage di Stato”. Ma questo orrendo delitto, di cui Giuliano non era responsabili, gli fu addebitato nonostante le sue innumerevoli dichiarazioni.
Per circa mezzo secolo la responsabilità venne attribuita a Giuliano e ai suoi uomini. Recentemente analizzando le perizie balistiche, i verbali di sopralluogo, le perizie necroscopiche, si è scoperto che i colpi che fecero 11 vittime furono sparati dal basso con armi Beretta calibro 9 modello Thomson Armi, in dotazione all’Esercito Italiano, inoltre nei corpi vi erano schegge di granate che né Giuliano né i suoi uomini possedevano. Nell’anno 2003 sono stati desecretati alcuni documenti della CIA da cui risulta che furono agenti segreti americani a tirare le bombe tra la folla. Scopo di questa strage era la reazione della D:C: che aveva avuto nell’elezione del ’47 solo 24 seggi contro i 29 delle sinistre.
Prima dell’elezioni del ’48, Salvatore Giuliano venne contattato dai politici di tutti gli schieramenti; per coerenza con i suoi ideali avrebbe voluto appoggiare i partiti di sinistra. Poiché questi ultimi, dopo Portella delle Ginestre, gridavano al “crocefigge” contro di lui, decise di appoggiare gli esponenti della D.C. che gli promisero una amnistia per lui e i suoi uomini.
Ci fu una massiccia collaborazione e nel ’48 la D.C. acquisì la maggioranza assoluta. Ma i politici, avute le poltrone a cui aspiravano, invece di mantenere gli impegni presi gli proposero di arrendersi o di espatriare. Nella seconda metà del ’48, i nuovi governanti fecero invadere Montelepre dai carri armati e fecero deportare tutti gli uomini validi dai 15 anni in su , circa tremila uomini. Tra loro tutti i familiari e parenti di Salvatore Giuliano.
Le sue reazioni a questo punto sono intuibili: scriveva ai giornali, scriveva ai magistrati, scriveva ai politici evidenziando i maltrattamenti e i soprusi che venivano commessi. Attaccò le colonne dei militari, attaccò le caserme, ingaggiò delle vere e proprie battaglie. Gli scontri a fuoco, alcuni violentissimi, provocarono decine e decine di morti e feriti tra le migliaia di uomini che il governo gli mandò contro. Solo allora si resero conto che per sconfiggerlo bisognava eliminare le persone che aveva vicino. Per ottenere ciò lo stato italiano scese a patti con la mafia.
In cambio dell’impunità alcuni degli uomini più fidati di Salvatore Giuliano vennero catturati o uccisi. Per eliminare Giuliano fisicamente ricorsero al tradimento di Gaspare Pisciotta e Nunzio Badalamenti, (ufficialmente arrestato) che lo eliminò nel sonno in una casa colonica chiamata “ Villa Carolina”, ubicata tra Pioppo e Monreale.
La mattina del 5 Luglio 1950 il suo corpo venne trasportato a Castelvetrano, dove venne simulato un conflitto a fuoco con i carabinieri che si attribuirono il merito di averlo ucciso. Esistono almeno 5 differenti versioni sulla morte di Salvatore Giuliano; inoltre la commissione antimafia, nel 1974, ha secretato tutti gli atti relativi alla sua morte fino all’anno 2016.
Quando morì Salvatore Giuliano aveva solo 27 anni!





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